In Sicilia, il primo ottobre scorso, sono cadute 400-500 frane in svariati bacini a sud di Messina.
“Nell’evento del 1° ottobre si sono verificate per la stragrande maggioranza frane chiamate colate rapide di fango e detrito. Queste interessano la copertura della roccia madre, cioè tutto ciò che sta sopra il substrato roccioso che sia detrito, suolo, manto vegetale o materiale antropico. Tale copertura viene mobilizzata durante l’evento in occasioni di piogge molto brevi ed intense”.
Lo dice Claudio Puglisi, geomorfologo dell’Enea, esperto di frane, che è intervenuto  sui luoghi del disastro congiuntamente agli uomini della Protezione civile, agli esperti della Provincia e del comune di Messina e dell’univesità di Messina e Palermo.

“Quello che bisogna valutare attentamente – dice Puglisi – è il rischio residuo, cioè quelle parti di versante ancora non franate ma che sono altamente instabili. La situazione è molto pericolosa perché molto compromessa. Basta molta meno pioggia di quella caduta il primo ottobre  per mobilizzare il materiale rimasto lì appeso”.
“Per questo tipo di fenomeni – dice Puglisi – la causa scatenante è unicamente la pioggia, un particolare tipo di pioggia. Quella molto breve e molto intensa. Si stima che in questa area abbia piovuto in pochissime ore 20-30 cm di pioggia. La stessa quantità di acqua che a Roma cade in nei  3 /4 mesi autunnali.  Il vero problema è che, a causa dei cambiamenti climatici, questi fenomeni stanno diventando sempre più frequenti, come ci dimostrano i disastri avvenuti in questa stessa area solo due anni fa”.

Riguardo dunque all’abusivismo edilizio, da molti additato come causa scatenante dei fenomeni, Puglisi è scettico. “Questi  – dice – sono paesini di montagna in contrazione non certo in espansione. L’abusivismo edilizio in queste zone è molto limitato e comunque, non provoca i fenomeni, semmai li subisce. Sono cioè i fenomeni da colate rapide di fango e detriti che investono le case poste a valle, siano esse abusive o no”.

La prima cosa da realizzare a seguito di questo evento è la Carta di Pericolosità da frana.

“Si tratta – dice ancora Puglisi – di effettuare uno studio che ci dica l’ubicazione dei fenomeni che si svilupperanno in futuro , la loro intensità e la probabilità di accadimento. Tale studio non va confinato ai soli 50 km di territorio colpiti dall’evento del 1 ottobre ma va esteso a tutto il comune di Messina, che per caratteristiche geologiche e geomorfologiche è molto simile alle aree colpite, per un’area complessiva di 200 km. E’ necessario – conclude –  passare da una macrozonazione, realizzata dalle Autorità di bacino su scala 25 mila, cioè una scala non adeguata per una pianificazione territoriale sostenibile –  a una microzonazione.
L’evento accaduto, visto il gran numero di fenomeni occorsi, offre ai ricercatori coinvolti, l’opportunità di studiare la fenomenolgia di questi processi geomorfologici con estremo dettaglio, trasformando il luogo in un laboratorio all’aria aperta, così poi da trasferire le conoscenze acquisite ai soggetti impegnati nella costruzione delle opere di mitigazione. Queste devono essere  finalizzate a rendere più sicura la vita della popolazione che vive in queste aree nonché tutte le attività che vi si svolgono “