Nei parchi, dove la natura è protetta e valorizzata, ci sono più giovani che lavorano, più imprese, più turisti. La biodiversità vale, solo negli ecosistemi marini italiani, 9 miliardi di euro l’anno. E le aree verdi producono aria e acqua pulite, difesa dal dissesto idrogeologico, protezione contro il cambiamento climatico e i suoi effetti. La natura italiana è un asset per lo sviluppo del Paese.
È l’inizio di un percorso verso un green new deal che parte dalle risorse naturali quello organizzato dal Ministero dell’Ambiente con la Conferenza nazionale “La Natura dell’Italia. Biodiversità e aree protette: la Green economy per il rilancio del Paese” che si tiene l’11 e il 12 dicembre all’Università Sapienza di Roma. Nel secondo giorno dell’appuntamento sarà presente quasi al completo il Governo, a partire dal presidente del Consiglio Enrico Letta, assieme alle massime cariche dello Stato: il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – che interverrà nella mattinata -, i presidenti di Camera e Senato Laura Boldrini e Pietro Grasso.
E saranno ben otto i ministri che si confronteranno sulle possibilità di uscire dalla crisi utilizzando le potenzialità del nostro capitale naturale: a intervenire, oltre al ministro dell’Ambiente Andrea Orlando e allo stesso Letta, i responsabili dell’Economia Fabrizio Saccomanni, del Lavoro Enrico Giovannini, delle Infrastrutture Maurizio Lupi, della Salute Beatrice Lorenzin, degli Affari europei Ezio Moavero, dello Sviluppo Economico Flavio Zanonato, dell’Agricoltura Nunzia De Girolamo, della Coesione territoriale Carlo Trigilia.
Assieme a loro, il Commissario europeo all’Ambiente Janez Potočnik, i presidenti delle Commissioni Ambiente di Camera e Senato Ermete Realacci e Giuseppe Marinello, il Presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, il rettore della Sapienza Luigi Frati, le maggiori associazioni ambientaliste.

L’economia del secolo scorso ha lasciato eredità pesanti al nostro Paese in termini di perdita della salute, dissesto idrogeologico, inquinamento  dell’aria e dell’acqua, scomparsa di una parte del paesaggio che tutto il mondo ci invidia. Allo stesso tempo le produzioni ad alto impatto ambientale e alto spreco di risorse non hanno assicurato un benessere di lunga durata: i settori in cui anche oggi, nel mezzo della peggiore crisi del secolo, siamo competitivi a livello internazionale non sono quelli che hanno puntato al basso costo del lavoro e alla bassa qualità delle nostre produzioni, industriali e non. Il nostro Paese – dicono i dati economici – vince la sfida sempre più aspra della competizione mondiale se punta sulla qualità, sull’innovazione, sulla ricerca, sul territorio.
Green economy, quindi, ma all’italiana, che coniuga biodiversità a paesaggio, arte a produzioni tipiche, innovazione e ricerca scientifica alle attività economiche tradizionali. I numeri, per giocare anche a livello europeo un ruolo di traino, non mancano.

Circa l’11 per cento del territorio italiano è tutelato da parchi nazionali e regionali, se si aggiungono i siti di interesse comunitario (Rete Natura 2000) la percentuale di estensione protetta arriva al 22 per cento. Nelle aree parco si calcolano 101 milioni di presenze turistiche l’anno, fortemente destagionalizzate. Nei parchi cresce il valore delle aziende che scelgono la strada della green economy e ci sono maggiori opportunità di lavoro per i giovani e le donne non solo in rapporto alle aree circostanti, ma anche rispetto alla media nazionale. La ricerca scientifica sul campo è oggi uno dei settori maggiormente finanziati, anche attraverso i progetti europei per la difesa della biodiversità.

Ma la natura non si arresta alle porte dei territori protetti. Siamo la nazione europea con la maggiore ricchezza di specie naturali: un terzo degli animali del continente vive nella Penisola, anche se l’Italia ha meno di un quindicesimo della superficie europea (UE27). La percentuale di boschi è cresciuta di quasi il 2 per cento negli ultimi 20 anni (un dato in controtendenza rispetto al crescente consumo di suolo cementificato), fornendo in linea di massima una migliore protezione da frane e alluvioni. Così come una maggiore ricchezza di risorse naturali indispensabili alla vita: aria e acqua pulite, difesa dal clima che cambia. E la natura e i servizi indispensabili alla vita che ci fornisce, normalmente non computati dai tradizionali strumenti di indirizzo macroeconomico, sono spesso appena fuori dalle porte delle nostre case. A costituire il fondamento del green new deal sono infatti anche le cosiddette infrastrutture verdi: la lunga linea di aree naturali, zone umide, rive di fiumi, campi coltivati in maniera tradizionale che traversa la Penisola e di fatto serve da vera e propria autostrada per la conservazione delle specie animali, vegetali, degli insetti impollinatori, funziona come cassa di esondazione per i fiumi contro le alluvioni, fornisce regolazione climatica contro gli eccessi del caldo. L’agricoltura biologica, il turismo verde, i prodotti tipici, il “made nella Natura dell’Italia”, l’innovazione dei prodotti e dei sistemi di produzione, le eccellenze legate anche storicamente e socialmente ai territori costituiscono un patrimonio di risorse non ancora veramente esplorato, che può fornire al Paese una via di uscita dalla crisi dell’economia e dell’occupazione.