Toccherà all’Italia, durante il semestre di presidenza europeo, giocare la carta vincente per l’approvazione del nuovo Regolamento sulla pesca di profondità. Un’azione da portare avanti senza indugi per salvare quello che è rimasto dei fondali marini, sempre più depredati da pratiche di pesca distruttive.
La revisione del regime di accesso che regola la pesca di profondità nell’Atlantico nord orientale è, infatti, in forte ritardo. Dopo che il Parlamento europeo ha votato ormai da 7 mesi in Plenaria, il processo legislativo  è nelle mani del Consiglio. Da qui il ruolo determinante del nostro Paese.

La pesca a strascico di profondità distrugge infatti il fondale marino, facendolo somigliare sempre più a un deserto. L’impatto sulla biodiversità e sul funzionamento degli ecosistemi profondi è devastante, con conseguenze anche su scala globale.

Gli stessi ricercatori  descrivono questo metodo di pesca come « il più distruttivo della storia »: vaste reti, raschiando i fondali marini, rastrellano tutto ciò che incontrano lungo il percorso: pesci, coralli e tutti gli altri organismi che vivono in profondità ancorati al fondale, catturano indiscriminatamente tutti gli animali selvatici e distruggono ecosistemi antichi e specie vulnerabili, alcune delle quali in via di estinzione.

Una pesca che spazza via anche specie alla base di terapie fondamentali per la cura di gravi malattie, come tumore, Alzheimer, malaria e tubercolosi. Parliamo di circa 15.000 prodotti naturali estratti da alghe, invertebrati (spugne), microbi e dalle numerosissime specie che abitano gli abissi e che sono stimate fra le 500.000 e i  10 milioni. Insomma, un vero danno per l’uomo e per la qualità della sua vita.

La battaglia è politica ed economica perché alcune lobby della pesca industriale esercitano una forte pressione sugli stati europei e i membri del Parlamento europeo per evitare che tale metodo di pesca venga vietato.

Le conseguenze di questa attività così pesante per l’ambiente e le azioni necessarie per porvi rimedio saranno esposte in una tavola rotonda dal titolo “il futuro degli abissi dipende dall’Italia” che si svolgerà giovedì prossimo 19 giugno alle 18,30 sulla sede galleggiante di Marevivo, a Roma.

Saranno presenti rappresentanti del ministero delle Politiche Agricole chiamati a intervenire politicamente, rappresentanti ambientalisti e ricercatori che hanno condotto studi sull’argomento come il prof Pusceddu, autore di un recente studio sull’impatto che le tecniche di pesca a strascico hanno su ecosistemi e biodiversità marine.

L’incontro è organizzato dalla Deep See Conservation Coalition (DSCC), una  coalizione, composta da più di 70 organizzazioni non governative, associazioni di pescatori e istituti giuridici e politici, impegnata nella protezione delle acque profonde.

La battaglia è epocale perché si tratta del futuro del mare. Un elemento  che alimenta tutti noi e che ha un ruolo centrale nell’equilibrio climatico e ambientale del Pianeta.

Matthew Gianni e Eleonora Panella, rispettivamente cofondatore e consulente della DSCC, riassumono gli obiettivi della coalizione:

“Chiediamo un Regolamento che contenga limiti severi alla cattura di specie vulnerabili di acque profonde, richieda la chiusura alla pesca distruttiva di aree d’alto mare dove sono presenti ecosistemi vulnerabili, garantisca valutazioni d’impatto per tutte le attività di pesca  in alto mare e ponga fine alle attività di pesca profonda più distruttive.

Un nuovo Regolamento che incorpori questi elementi chiave – concludono –  rappresenterebbe  uno dei risultati legislativi più significativi dell’Unione Europea per la conservazione dell’ambiente marino. Ci auguriamo che la Presidenza italiana si impegni  in questa direzione, terminando questo processo legislativo fermo ormai da 2 anni e contribuendo in maniera sostanziale a questo ambizioso obiettivo”.