Depositate presso il Tribunale di Taranto le motivazioni della sentenza di primo grado che lo scorso maggio ha condannato 27 ex manager Ilva e Italsider per la morte di 28 operai per amianto.

189 anni di carcere, dai nove anni e mezzo e ai quattro di reclusione, disastro ambientale e omicidio colposo le accuse. Nelle 286 pagine della sentenza il giudice Simone Orazio ha segnalato l’insussistenza di visite mediche adeguate, visite mediche che avrebbero altrimenti permesso di “diagnosticare una patologia (es. placche pleuriche) che poteva essere un campanello d’allarme per il mesotelioma e che certamente avrebbe obbligato il datore di lavoro a non esporre più il lavoratore, affetto da tale problematica di salute, alle fibre di asbesto” e “valutare la incompatibilità del lavoratore rispetto alle mansioni sino ad allora espletate e quindi anche rispetto all’esposizione ad amianto, motivo per cui in questi casi l’accertamento sanitario avrebbe permesso di adibire il dipendente ad altre mansioni, sottraendolo al pericolo di morte”.

Ancora, “la tematica dell’amianto […] non ha mai superato il piano dell’oralità” e gli ex dirigenti condannati non hanno “mai adottato un provvedimento concreto volto a migliorare le condizioni di lavoro legate all’amianto”.

“Gli interventi seri in materia di amianto nello stabilimento di Taranto sono stati sempre volutamente evitati proprio perché essi avrebbero determinato una palingenesi dell’attività produttiva, uno stravolgimento degli impianti e l’investimento di notevolissime somme di denaro”.

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