E’ in partenza, prevista per l’estate prossima, (luglio/agosto), la terza spedizione del progetto “On the trail of the glaciers”. La squadra, formata da glaciologi, fotografi, alpinisti e da una troupe televisiva, avrà, questa volta, come meta i ghiacci dell’Alaska. Il progetto, firmato dall’associazione no-profit Macromicro, ripercorre in 6 spedizioni, le catene montuose più significative del Pianeta, per studiare gli effetti dei cambiamenti climatici coniugando la comparazione fotografica e la ricerca scientifica sul campo. Ogni spedizione prevede, infatti, un confronto fotografico tra le immagini storiche e quelle attuali, ritratte dallo stesso punto geografico e nello stesso periodo dell’anno, nonché la raccolta di dati sul campo e la loro successiva analisi in laboratorio. Fino ad ora sono stati esplorati i ghiacciai del Karakorum (Pakistan), nel 2009, e del Caucaso, nel 2011. I risultati di queste spedizioni vengono sempre presentati al pubblico attraverso una mostra fotografica itinerante e un documentario televisivo.

L’Alaska, meta di quest’anno, ospita il maggior numero di ghiacciai montani del nostro pianeta. La stima proposta da Bruce Molnia dell’USGS (US Geological Survey) è di 75.000 km2 di superficie ricoperta di ghiaccio, circa 35 volte quella dei ghiacciai delle Alpi, e rappresenta il 5 per cento dell’intera superficie dello stato americano. “Rispetto al contesto alpino – dice Riccardo Scotti, glaciologo al Dipartimento di Scienze Ambiente e Terriotorio e Scienze della Terra dell’Università degli Studi di Milano/Bicocca – è presente una notevolissima variabilità di caratteristiche morfologiche e dinamiche. Se la maggior parte dei ghiacciai montani perde massa a causa della fusione del ghiaccio superficiale, molti ghiacciai in Alaska hanno la fronte che si getta nel mare (tidewater glaciers), perdendo quindi massa a causa del distacco di Iceberg. Questo processo, che prende il nome di calving, apparentemente semplice, presenta una complessità notevolissima e, secondo numerosi ricercatori fra i quali A. Post e R. Motyka, provoca uno ‘scollamento’ fra le variazioni glaciali e le variazioni climatiche. I ghiacciai che si gettano in mare risentono di numerosi fattori dinamici e morfologici che li portano ad avere dei cicli di avanzate lente e costanti che possono durare anche secoli, alternate a rapidi arretramenti che possono portare, come nella regione di Glacier Bay, al totale collasso di una intera enorme calotta glaciale nel giro di due secoli. Le variazioni di questi ghiacciai necessitano quindi di attentissime valutazioni prima di essere collegate ai cambiamenti climatici che agiscono su tempi estremamente lunghi, mentre è tutt’oggi una frontiera della ricerca l’influenza degli stessi cambiamenti climatici sull’innesco di questi cicli di avanzata e ritiro”.

Nonostante queste difficoltà di interpretazione, negli ultimi anni la maggior parte dei ghiacciai dell’Alaska ha perso volume tanto che un recentissimo studio pubblicato su Science ne ha rimarcato l’importanza essendo attualmente fra i maggiori contribuenti dell’innalzamento del livello degli oceani. “Nel dibattito mediatico, però – dice ancora Scotti – le eccezioni a livello glaciologico, vengono spesso strumentalizzate per fini ideologici. Proprio per questi motivi, uno degli obiettivi del progetto “On the trail of the glaciers” è quello di accompagnare al materiale iconografico, una serie di delucidazioni dei fenomeni in atto nelle varie catene montuose del nostro pianeta per mettere in luce sia il trend generale sia le diverse eccezioni”. Un obiettivo già perseguito nella prima spedizione del progetto, quella in Karakorum, dove la copertura detritica delle lingue glaciali è causa di una inerzia maggiore dei ghiacciai ai cambiamenti climatici.

Per raggiungere i suoi obiettivi l’associazione Macromicro ha recentemente attivato collaborazioni con alcuni noti istituti di ricerca, in particolare, con il National Snow and Ice Data Center di Boulder, Colorado, che gestisce l’archivio mondiale delle fotografie e dei dati scientifici dei ghiacciai, e con il Comitato Glaciologico Italiano che, dal 1895, promuove e coordina le ricerche nel settore della glaciologia in Italia. “La spedizione – spiega Fabiano Ventura, fotografo e leader del progetto – attingerà al vasto archivio di immagini lasciato dai fotografi – esploratori che, a partire dalla fine dell’800, hanno esplorato e ritratto quei posti così selvaggi. Tra questi: Bradford Washburn, O.J. Klotz, Vittorio Sella, William O. Field, Ulysses Sherman Grant, H.F. Lambart, A.H. MacCarthy, Austin Post, la spedizione Havard e Dartmouth e Walter A. Wood”. I loro scatti di alta qualità costituiranno la base storica per le analisi comparative fotografiche sullo stato dei ghiacciai dell’Alaska. “Le nostre immagini – spiega Ventura – saranno realizzate dallo stesso punto geografico e nello stesso periodo dell’anno. Dopo un lungo lavoro di restauro e post produzione verranno sovrapposte digitalmente tramite software specifici e grazie a questo lavoro gli studiosi potranno verificare visivamente i mutamenti occorsi ai ghiacciai nel lasso di tempo che separa le due riprese”.

I dati scientifici raccolti nelle prime due spedizioni sono considerati importanti dalla comunità scientifica come contributo per lo studio dei cambiamenti climatici. Sono stati, infatti, presentati al sedicesimo Alpine Glaciology Meeting, uno dei più prestigiosi convegni di glaciologia in ambito europeo, svoltosi a Zurigo circa un anno fa. Intanto, la mostra fotografica itinerante del progetto, dal titolo “Kaukasus – Karakorum”, è attualmente esposta al Messner Mountain Museum Firmian di Bolzano e racconta i risultati delle prime due spedizioni realizzate fra i ghiacciai del Caucaso e del Karakorum. Trenta confronti fotografici, tra grandi stampe contemporanee autoriali e immagini scattate oltre un secolo fa dai primi fotografi esploratori, contano i “battiti”, e testimoniano le profonde pieghe di queste immense riserve di acqua della Terra.

“Obiettivo della mostra, visitabile fino al 17 novembre, – dice Ventura – è suscitare nell’opinione pubblica, attraverso il forte impatto visivo delle immagini, una maggiore coscienza ambientale e una consapevolezza delle problematiche legate ai cambiamenti climatici e alla gestione sostenibile delle risorse naturali, prima fra tutte l’acqua”.

Fonte: La Stampa
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